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venerdì, dicembre 16, 2005
 
 

 tiene fra i capelli i libri, una casa, i colori, lo strumento - ticche tacche -
per provare il cuore ( di sè/ degli altri) e la frutta - i succhi -...
dei vestiti per il freddo,tutto arancio - come il sole -
la chiave per camminare con il mondo in mano

10 euro per una quota
una merenda, una coccinella sulla foglia
un succo sperato

tu ci pensi, poi lo fai
loro, i bambini,
ti mettono nei sogni - e gratis

 http://bambinineltempo.splinder.com/

 

"Per partecipare attivamente bisogna innanzitutto sapere che il costo annuale di ogni adozione a distanza è di circa 180 euro per ogni singolo bambino, cifra che verrà poi suddivisa in base al totale delle quote raggiunte.
Abbiamo fissato un ammontare di 10 euro per quota: più quote raggiungiamo, maggiore sarà il numero di bambini che aiuteremo a studiare.

A quel punto si potrà andare all'ufficio postale per compilare un bollettino postale con i dati e le modalità precise che indicheremo a tempo debito.

Per dare la tua adesione preventiva basta clikkare
QUI nel post capostipite del rinnovo e raccolta adesioni per il 2006, lasciando un commento e indicando il numero di quote che intendi impegnare, oppure scrivere la tua adesione e il numero di quote all'indirizzo segnalato sul blog".



domenica, maggio 02, 2004
 

  Raffaello Beggiato è un detenuto che sta scontando l’ergastolo per aver sequestrato e ucciso, nel corso di una rapina, una donna e il figlioletto di otto anni. Il marito della donna assassinata, Stefano Contin, non riesce a elaborare il lutto e la perdita diviene per lui una dolorosa ossessione. Lascia il suo lavoro di brillante rappresentante di vini per diventare un ciabattino al Tacco Lampo di un centro commerciale. Da esperto di vini si riduce a bere vino in cartone di fronte alla Tv, dove non perde un quiz. Dopo quindici anni di pena Beggiato è colpito da un cancro incurabile e la macchina della giustizia prevede per lui la richiesta di grazia. La pratica necessita però il perdono di Stefano per avere corso. La vittima non si dà pace; dal tragico evento che gli ha cambiato la vita non ha fatto altro che covare segretamente propositi di vendetta e l’occasione di veder scarcerato Beggiato costituisce una possibilità non trascurabile di arrivare al suo complice, ancora a piede libero col bottino.

 

  E’ un libro coraggioso questo ultimo romanzo di Massimo Carlotto, L’oscura immensità della morte (Edizioni e/o, Euro 13,00). L’autore ha cominciato a scriverlo all’indomani dello scorso salone del libro di Torino, fortemente indignato in seguito al dibattito sui casi Sofri e Mesina. “Erano anni che volevo scrivere un romanzo sull’ergastolo, la malattia in carcere e l’istituto della grazia perché nauseato dall’ipocrisia e dall’ignoranza che obbligano questi temi a non oltrepassare i luoghi comuni.†Per farlo ha attinto a piene mani dalla realtà. Ha raccolto numerose interviste di parenti delle vittime di omicidi alle quali era stato chiesto il perdono, decine di casi di richieste respinte con odio. Carlotto sostiene che lo Stato è latitante nell’offrire un tangibile sostegno ai parenti delle vittime che vivono una sorta di isolamento sociale, condannati al loro ruolo come fosse una pena da scontare. Il loro diritto a non concedere il perdono diventa spesso l’unica opportunità che hanno di vendicare i propri cari, di rivalersi sull’omicida. E’ questa una liturgia dalle caratteristiche tribali, paragonabile alla soddisfazione con la quale i parenti delle vittime assistono all’esecuzione capitale del condannato di omicidio negli USA. Recenti dichiarazioni del presidente Ciampi sulla necessità del perdono per la richiesta della grazia sembrano aver cancellato vent’anni di dibattiti sui temi di espiazione e pena e allontanato pericolosamente il concetto di reinserimento sociale come fine del carcere nella società moderna.

 

  L’oscura immensità della morte è una lettura spiazzante, che toglie il privilegio al lettore di distinguere – come si ventila in apertura – chi è buono da chi è cattivo. I capitoli del libro altro non sono che i monologhi interiori dei personaggi, in alternanza, ora Silvano ora Stefano, ed è davvero difficile identificarsi con l’uno o con l’altro, prenderli a cuore in qualche modo. Raffaello è reo di aver ucciso, anche se sotto effetto di cocaina. Gli anni di prigione l’hanno cambiato e sembrano fare capolino, ora che ha il cancro, bilanci amari delle proprie scelte di vita. Stefano è ottenebrato dal dolore e non appena gli si presenterà l’occasione esprimerà tutta la rabbia e il risentimento accumulati immergendosi in una spirale di violenza irrefrenabile.

  Carlotto racconta questa storia avvalendosi abilmente della scrittura di genere, in questo caso il noir sulla scia di Manchette, Malet, Raymond, del quale è maestro e che diviene il registro più consono per fare un apologo morale là dove la moralità sembra aver smarrito ogni orientamento, dove l’orizzonte etico si appiattisce e diviene indistinto. E’ il Nordest bigotto e peccatore, coi suoi sogni veniali di villette, belle auto e floride aziende a fare da cornice, ma il modello potrebbe benissimo essere applicato a tutta la realtà italiana attuale. Anche le figure di contorno sembrano assistere impotenti all’evolvere degli eventi: associazioni religiose, volontariato laico. L’atmosfera che si respira è quella di una totale disfatta.

 

  Il libro ha un ritmo veloce e implacabile. Pregevole la ricerca linguistica sul personaggio di Beggiato, l’assunzione di questo slang carcerario dove le frasi utilizzate si riducono all’osso (quando il loro fine è solo quello utilitaristico della sopravvivenza quotidiana) e si infarciscono di turpiloqui e bestemmie. Personalmente ho molto apprezzato la riflessione sul tempo carcerario di questo romanzo. Mentre fuori la società vive una percezione del tempo sempre più frenetica e concitata il tempo in carcere sembra essere rimasto quello ottocentesco, eterno e immutabile. Quindici anni possono valere una vita intera. Se devo trovare una pecca in questo ultimo Carlotto, rispetto alle sue cose migliori, – Il fuggiasco, Le irregolari, La verità dell’alligatore – e lo dico da sincero appassionato dei suoi libri, è che in questo caso l’autore ha forse calcato troppo sul tasto del romanzo a tesi. La mancanza di parti francamente narrative e l’aderenza alla realtà del punto di vista dei personaggi non toglie il sospetto, in alcuni passaggi, di un certo loro appiattimento, di una involontaria bidimensionalità che malauguratamente impedisce loro di staccarsi dalla pagina, di abbandonare la cronaca per divenire completamente e a ogni buon titolo letteratura.

 


scritto da cigale | 11:07 | commenti Torna in plancia


sabato, aprile 24, 2004
 

sulla lettura...

voi li prestate i libri..sapendo che spesso non tornano?
a me piace fare incontrare il libro e il suo lettore..proprio lui..proprio quello

e quando avviene l'incontro..sono contento come se avessi scoperto un segreto di quella persona..grazie al loro incontro..

percio' spesso li presto ai miei amici, anche se poi non mi ricordo a chi..nè loro si ricordano di ridarmeli:-)


scritto da maqrolldeibattelli | 11:02 | commenti Torna in plancia


lunedì, aprile 19, 2004
 
scritto da maqrolldeibattelli | 08:55 | commenti Torna in plancia


giovedì, aprile 15, 2004
 
 
  Ha fatto bene Adelphi a riproporci Glenway Wescott, narratore illustre e per qualche tempo dimenticato, prima con Il falco pellegrino – che non ho letto ma colmerò quanto prima la mancanza – e ora con questo Appartamento ad Atene, traduzione di Giulia Arboreo Mella, pagg. 246, Euro 15,50.

  Siamo nel 1942. L’esercito tedesco occupa la Grecia e la famiglia Helianos subisce anche in prima persona l’esperienza di un’occupazione privata. Il loro appartamento ad Atene viene infatti requisito per ospitarvi un ufficiale tedesco, il capitano Kalter. La loro vita non sarà più la stessa. Gli Helianos sono una coppia di mezz’età; lui è un intellettuale, redattore di una casa editrice prima della guerra, lei una donna un tempo bellissima e ora sciupata e malata di cuore. Hanno perduto un figlio in battaglia; gli altri due figli sono un maschio di 12 anni, Alex, bramoso di vendetta nei confronti delle forze d’occupazione e Leda, una bambina di dieci un po’ ritardata. Kalter è un dio-soldato, dispotico, crudele e capriccioso che si allarga a macchia d’olio nella loro casa, incarnazione di quello stesso Male che dilaga in Europa. La coppia si relega in cucina con una scomoda branda come giaciglio; in un’altra stanza si raccolgono i due figli. Per il bagno dovranno andare in cortile perché è requisito dal tedesco. Anche la loro domestica verrà cacciata e ridotti alla fame dovranno pure privarsi degli avanzi dei pasti di Kalter e tenerli da parte per il cane di un ufficiale suo amico. Kalter rivela un gusto perverso nell’abusare del suo potere, ridurli in schiavitù e annullare la loro volontà. Il capofamiglia si alzerà più volte la notte, per portargli il pitale e svuotarlo, e gli sfilerà gli stivali la sera prima di andare a dormire. Gli Helianos subiscono, rassegnati al fatto di non avere alternative. I due coniugi dormono poco la notte; si sussurrano, per non disturbare il loro ospite, discorsi sui loro trascorsi. Mettono in discussione le loro esistenze così come le hanno vissute fino a che Kalter non è entrato nelle loro vite. Si convincono di essere dei perdenti, di meritarsi quel loro prono asservimento. Quando Kalter si assenta per un viaggio in Germania vivono questa pausa come un evento spiazzante che quasi li priva di un senso, come una vacanza, un breve sogno su un paese libero in tempo di pace. Ma dura poco. Eppure Kalter, che rientra in Grecia con le mostrine di maggiore, sembra non essere più lo stesso. E’ triste e smagrito, cupo e depresso. Si dimostra più indulgente nei loro confronti, non esige più i loro servigi, non alza la voce, permette al padrone di casa di conversare con lui in salotto la sera. Cosa gli è successo? Ci si può fidare di lui? La Germania sta perdendo? Wescott è abilissimo a tenere le fila del racconto, ad accumulare tensione. La lettura prosegue con un senso di minaccia incombente che sembra fare capolino in ogni piccolo e insignificante evento quotidiano. Lontano, le nubi si addensano e si avverte il timore di una tempesta imminente. I personaggi sono concreti, indagati scrupolosamente sotto il profilo psicologico. Helianos appare quasi biasimevole nel suo ostinato idealismo politico, così nocivo per la sua famiglia. Lei sembra una donna di poche risorse, debole e remissiva all’inizio, ma attraverserà questa terribile esperienza con una nuova, illuminata e combattiva consapevolezza. Un romanzo che non si dimentica. Vivamente consigliato.



scritto da cigale | 00:33 | commenti (1) Torna in plancia


martedì, aprile 13, 2004
 

Morto critico Cesare Garboli

(ANSA) - VIAREGGIO, 11 APR - E' morto ieri sera a Roma Cesare Garboli, 76 anni, saggista e critico letterario ed uno degli intellettuali piu' prestigiosi del '900.Lo ha reso noto il Comune di Viareggio che gli aveva affidato la presidenza del Premio letterario Viareggio- Repaci 'a cui ha garantito un altissimo livello culturale ed una assoluta autonomia'. 'Cesare Garboli - ricorda l' Amministrazione comunale - e' stato uomo di molte passioni, ideali e culturali, unite ad un fortissimo rigore intellettuale'.

Era un critico "umano"..non ingessato, appassionato degli scritti di Elsa Morante e Sandro Penna, uno dei pochi che seguivo..

""Si scrive quando la gioia o il desiderio di vivere non basta.
E' la triste novità che abbiamo imparato nel secolo appena trascorso.Si scrive quando e perchè si è malati. E se la letteratura nasce dal bisogno di liberarsi dalle passioni, se nasce dall'angoscia, dall'ossessione, dall'incubo,dalla frustrazione, dal rimorso, in quale modo esercitare piu' utilmente una vocazione diagnostica, se non sulla patologia di chi ci è più vicino?"

Cesare Garboli

Pianura proibita | 1ª ed.Cesare Garboli
          

Prezzo di copertina: Euro 22,00







scritto da maqrolldeibattelli | 13:18 | commenti Torna in plancia


lunedì, aprile 12, 2004
 

Alice Sebold
Amabili resti

Euro 15,00 - pp. 416 - ISBN 88-7641-513-0

link a recensione1

interviste all'autrice


 

Credo che sia un'esperienza frequente, per chi vuole avere sempre "qualcosa da leggere" nel comodino, scegliere talvolta dei libri attirati solo dal titolo, o magari da una bella immagine di copertina o facendo affidamento su un nome conosciuto.
Quello che ho finito di leggere proprio l'altra sera, invece, se non fosse stato per il bibliotecario che mi ha detto che era stato scelto per un gruppo di lettura che sta organizzando, sinceramente non l'avrei mai preso: non mi piace il titolo "amabili resti", non mi piace la copertina e non conosco l'autrice, alice sebold, un'americana al suo romanzo d'esordio.








amabili resti, Alice Sebold, Ed. e/o

Ed invece mi è piaciuto molto!

La protagonista Susie, "Susie Salmon, come il pesce", una ragazzina di 14 anni, muore già nelle prime pagine del libro per mano di un mostro, un maniaco, un inspettabile vicino di casa.
Va in un paradiso, un paradiso per la verità abbastanza banale, anche perchè credo che per lei sia solo un luogo provvisorio, dal quale però continua a seguire le vicende della sua famiglia.
Detta così, in due parole, la storia non vale niente... ed invece è un racconto con un intenso ritmo, ricco di suspance.
Le atmo§fere più intense sono quelle dell'infanzia interrotta bruscamente e del doloroso rimpianto della vita che poteva essere e che per lei non è più.

Durante i lunghi anni nei quali osserva dal suo personale cielo le vicende della terra, i luoghi e le persone care, gli stessi avvenimenti (principalmente quelli della sua famiglia, dei suoi amici e del suo assassino) vengono vissuti, dai protagonisti del libro, da tutta un altra prospettiva.
La particolarità del libro è appunto nella duplice angolazione di osservazione della vita (che va avanti nella terra e che è ferma, per lei, in cielo).

...
Da tutto ciò si può percepire, secondo me, una sfaccettatura, un riflesso, di quella pietra preziosa che rappresenta simbolicamente il senso della vita e il dono dell'amore.






















scritto da .....ella | 11:07 | commenti (3) Torna in plancia


domenica, aprile 11, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TERZANI

Articolo del: 09/11/2000

E’ un mito, per i giovani giornalisti. Tutti sognano di avere un percorso professionale simile al suo. Un inviato alla Hemingway – dice Claudia Riconda – viaggiatore, poliglotta, testimone di guerre e rivoluzioni. E Corrado Augias: uno dei pochi veri inviati italiani. Parlo di Tiziano Terzani, 62 anni, fiorentino, dal 1971 corrispondente dall’Asia del settimanale tedesco “Der Spiegelâ€. In questi giorni la Longanesi ripubblica due libri usciti all’inizio degli anni Settanta, sue libri fondamentali sulla guerra in Vietnam.: “Pelle di leopardo†e “Giai Phong! La liberazione di Saigonâ€.

Terzani vive in India, da un po’ di tempo a questa parte, e veste da indiano. Con i capelli fluenti e bianchi, la barba lunga e bianca e il vestito bianco immacolato, dà l’impressione di essere un indiano vero, una specie di santone. E fa una strana impressione vederlo muoversi nell’Appennino Toscano, soprattutto d’estate, due mesi, dove ha coronato il sogno di metter su casa. Il paese si chiama Orsigna, provincia di Pistoia. E’ a 806 metri sul livello del mare, a 75 chilometri da Firenze. Per arrivarci bisogna prendere “l’ottusa Porrettanaâ€. Una località – dice Terzani – che non ha ragioni di vanto.

Non è nota come l’Abetone, Maresca, Gavinana, San Marcello. Non c’è mai successo niente di storico, non si è fermato mai nessuno di famoso. L’unica lapide presenta una ventina di nomi, tutti giovani, morti nella Grande Guerra. Ma Terzani dice che Orsigna è il suo vero e ultimo amore. Un amore che non ha flessioni. La prima volta ci arriva, con la famiglia, nel 1945. Non è un vero posto di villeggiatura e con facilità i Terzani trovano una casa da prendere in affitto.

E da allora, ogni estate, è lì a badar le pecore coi ragazzi della sua età, a cerca funghi, a raccogliere mirtilli, a guardare la levata del sole da una delle cime, tutte sotto i duemila metri. L’Orsigna, in sostanza, è la sua scuola di vita: il primo ballo, il primo amore, le prime paure, i primi sogni. Coi risparmi compra un prato e su quel prato ha voluto mettere radici, una casa cui legare la nostalgia dell’infanzia, ma anche bussola nei suoi vagabondaggi.

Un luogo che difende a spada tratta dall’attacco dei vicini, che vorrebbero scipparlo del poco che ha, che gli è rimasto. Ora, da qualche tempo, i pastori – scesi in piano – stanno tornando, rifanno le vecchie case.

Anche Terzani torna e si si domanda sempre di più se, dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d’altro, in cerca d’esotico, in cerca d’un senso dell’insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopotutto il posto più altro, il posto più esotico e più sensato, e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone e ora per l’India, l’Orsigna non sia – se ha fortuna – il suo vero, ultimo amore.

TIZIANO TERZANI Un indovino mi disse

tizianoterzani lettere contro la guerra

scritto da maqrolldeibattelli | 07:35 | commenti Torna in plancia


martedì, marzo 30, 2004
 

Le correzioni

di Jonathan Franzen – Einaudi

Nella quarta di copertina si leggeva "un libro che si legge tutto d'un fiato"...

Il mio fiato è durato un po', circa tre mesi. Una strana letura, almeno per i miei tempi: in genere un libro o lo leggo tutto e subito o altrimenti abbandono. Non questa volta.
Ogni volta che prendevo il libro in mano le pagine scorrevano lisce anche se non troppo velocemente, il problema nasceva quando dovevo riaprirlo, semplicemente non ero troppo curiosa di sapere come andava a finire. Mi piacevano i personaggi, ad alcuni di loro mi ero anche affezionata, ma non m'interessava poi molto sapere dove li portasse la storia.
In un certo senso mi bastava sapere che erano lì, a mia disposizione, che quando ne avessi avuto voglia potevo richiamarli, parlargli e confrontarmi.

Il loro mondo potrebbe essere il mondo di tutti, una realtà semplice e normale con personaggi che, pur vivendo vicende un po' particolari, riescono ad entrare nella vita di chiunque li legga. I due genitori potrebbero essere i miei, i tre ragazzi potrebbero essere dei miei amici, conoscenti, parenti. Non tutto quello che di loro si legge è bello e gratificante, non tutto quello che fanno è sbagliato. Oggi va male? Pazienza domani potrà andar meglio. È una buona giornata? un buon periodo? Non cantare vittoria troppo presto: la mala sorte arriva quando meno te lo aspetti.

Non è un libro ottimista, ma non è nemmeno pessimista. Racconta uan storia di persone di provincia: ragazzi che scappano da piccoli paesi per inseguire un sogno. Giovani che nella grande città sono certi di conquistare quel po' di fama e gloria che gli spetta o almeno che sperano di poter godere di un certo stile di vita. Ragazzi che, ormai cresciuti, si ritrovano a fare bilanci e a dover combattere coi mostri del passato. Persone che solo nell'età adulta si accorgono di aver avuto percezioni sbagliate e che per tutta la loro vita hanno cercato di corregere qualcosa senza che poi fosse veramente necessario.

In un certo senso mi ci sono ritrovata: vivo anch'io in provincia ed anch'io come loro per un certo tempo ho pensato che se avessi potuto vivere lontano da qui le cose sarebbero state migliori. Beh! anch'io come loro ho capito che ci si può allontanare da tutto e da tutti, dimenticare da dove si viene e cercare di afferrare quel treno che siamo sicuri passerà una volta sola, ma che alla fine siamo il prodotto della nostra educazione, della nostra famiglia, del nostro ambiente e che volenti o nolenti dovremo un giorno fare i conti con tutto questo. Possiamo cercare, provare di fare le nostre correzioni, quelle che riteniamo giuste, necessarie e poterbbe andarci pure bene, potrebbe essere la nostra salvezza. Come potrebbe essere la nostra rovina. Non importa, quel che conta è provarci e correre dei rischi.



scritto da eowin | 20:39 | commenti Torna in plancia


domenica, marzo 28, 2004
 

Mezzanotte e cinque a Bhopal

Di Dominique Lapierre e Javier Moro

Mezzanotte e cinque a Bhopal
A metà strada tra il romanzo ed il reportage di cronaca, questo libro, frutto di minuziose ricerche, racconta con potenza tragica e rievocatrice, il destino infausto che lega la fabbrica di Sevin della Union Carbide alle popolazioni di disperati che vivono alle sue pendici, nei quartieri ghetto della Spianata Nera di Bhopal.
Cosa c'entra questo libro con un sito sulla globalizzazione? Semplice: più di tanti discorsi, trattati e saggi pieni di cifre e di previsioni, questo libro spiega fedelmente le azioni e le logiche di una multinazionale che opera a livello planetario, e il cui unico credo è la "massimizzazione dei profitti" e la "soddisfazione degli azionisti".
Più di tante parole, i fatti realmente accaduti a Bhopal, e riportati fedelmente in questo libro, sono la dimostrazione che la logica e la "filosofia" portate avanti dai fautori della mondializzazione, sono distruttive per gli uomini e per l'ambiente.
L'amara conclusione di questa storia, ci racconta delle sofferenze e dei postumi ancor oggi riscontrabili nella popolazione di Bhopal a distanza di 18 anni da quella tragica notte. Oltre al dolore, rimane anche la beffa dei risarcimenti e dei processi penali. Warren Anderson, presidente della Union Carbide al momento della tragedia, in seguito alle denunce presentate contro di lui da alcune associazioni di vittime e a un mandato di cattura internazionale, è scomparso dal suo domicilio ed è, a tutt'oggi, latitante.

 







scritto da maqrolldeibattelli | 11:57 | commenti Torna in plancia


mercoledì, marzo 24, 2004
 
E' poprio il libro, molto bello, che sto terminando di leggere. Come scritto nell' articolo, è un libro in soggettiva, e la stessa numerazione dei capitoli è posta da Cristopher usando gli amatissimi numeri primi, già questo espressione dell' isolamento del bambino, in quanto un numero primo non ha "contatti", essendo divisibile solo per l' unità e per se stesso. Con l' occasione, suggerisco la lettura di un libro di un altro autore inglese, Jonathan Coe. Il libro, "La famiglia Winshaw" racconta, attraverso storie che si intrecciano, gli ultimi cinquant' anni dela vita e della politica inglese. E' uno dei libri più interessanti che abbia letto negli ultimi tempi.

BananaNews





martedì, marzo 16, 2004
 

  Ho acquistato Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon (Einaudi, 16 Euro) un po’ intrigato dal titolo un po’ da alcune brevi recensioni che avevo letto. Ne parlavano come di un fenomeno letterario diventato rapidamente un best seller e in verità io diffido di un certo tipo di clamore da mercato rionale che si crea attorno a certi libri. Comunque sia, la curiosità ha prevalso sui dubbi. Fortunatamente, perché è stata una buona lettura. Quando ho cominciato a leggere, dopo il titolo, mi trovo davanti: 2. A seguire il 3, poi il 5. Vuoi vedere che mi è capitata una copia fallata? Adesso torno dal libraio e… Poi ho scoperto che altro non si tratta di un libro nel libro e la storia che stavo leggendo è raccontata dal punto di vista del suo protagonista, Christopher, quindici anni.

 

  Christopher soffre della sindrome di Asperger, una forma particolare di autismo. E' un vero genio in logica matematica e astronomia ma odia il giallo e il marrone; non comprende le sfumature delle espressioni dei volti, si arrabbia quando i cibi gli si mescolano nel piatto e diventa davvero violento se qualcuno lo tocca. La sua vita cambia quando trova il cadavere di Wellington, il cane barbone della vicina trafitto da un forcone. Anche stimolato da Siobhan, l’insegnante che lo appoggia, comincia a scrivere un libro dove, sulle orme di Sherlock Holmes, per il quale ha una predilezione, si improvvisa detective per cercare una soluzione al giallo nel quale è incappato. Per i capitoli del suo libro Christopher usa solo numeri primi; nel resoconto della sua indagine egli apre grandi parentesi dove ci mette dentro le sue impressioni e idiosincrasie, problemi matematici e logici, riflessioni che riverberano al lettore la sua personalità non comune, la sua sensibilità esacerbata che gli crea non pochi problemi nella interazione col mondo. Sua madre è morta per un infarto, a quanto gli hanno riferito, ma ne conserva un ricordo vivido. Perché suo padre, triste e isolato, gli raccomanda di non parlare troppo con i vicini? La parte più bella del romanzo è quando Christopher si usa ‘violenza’ per uscire dal quartiere nel quale si è confinato fino ad allora e spingersi sino a Londra per cercare di risolvere il caso. Incontrerà delle difficoltà che da lettori vivremo in soggettiva attraverso le pagine del suo libro.

 

  Mark Haddon è un quarantenne di Oxford, scrittore e illustratore per ragazzi, praticamente sconosciuto fino ad ora in Italia. Questo suo libro è uscito in due collane, una per adulti e una per ragazzi e all’inizio lo aveva sconcertato questa scelta editoriale, considerato che lui aveva inteso rivolgersi a un pubblico adulto. In realtà le chiavi di lettura possono essere duplici. La scrittura è semplice e diretta, adeguata a ragazzini anche coetanei dello stesso Christopher, che possono capire meglio attraverso il personaggio i problemi di comportamento in queste forme di disagio psichico e trovare nuove modalità d’interazione. Per gli adulti rimane invece l’attrazione che suscita l’intreccio e il piacere di un congegno narrativo che unisce una scrittura insieme seria e divertente al raro dono che ha l’autore di stabilire un rapporto empatico con un mondo estremamente complesso e lontano. Ma la distanza, seppure di poco, abbiamo l’impressione si sia accorciata.

 


scritto da cigale | 12:20 | commenti (3) Torna in plancia


mercoledì, marzo 10, 2004
 
Si può leggere qui la mia recensione de Il dolore perfetto, nuovo romanzo di Ugo Riccarelli.
scritto da Gardenia | 08:48 | commenti Torna in plancia


domenica, marzo 07, 2004
 

Vita di Emily Dickinson di Barbara Lanati, Feltrinelli

SOLITARIA EMILY, POETICA VOCE DELL'ENIGMA
Leggendo il saggio di Barbara Lanati sulla Vita di Emily Dickinson - pubblicato dalla Feltrinelli -, ci rafforziamo nella convinzione che in qualsiasi angolo del mondo, soprattutto ottocentesco, la vita di provincia sia trascorsa scandita dagli stessi felpati ritmi, ravvivata (o avvelenata?) dal malizioso fiore del pettegolezzo, tradotto in un "ronzio" di sussurrate voci, sia che abbia trovato radici nei salotti altolocati o nella comune vita di strada. La musica di questo bisbiglio - quasi un ronzare di vespe -, fa da sottofondo alla ricostruzione scientifica e nel contempo profondamente umana che l'autrice ci offre del vissuto dell'enigmatica poetessa, confortata anche dallo studio delle sue1775 poesie e delle 1409 lettere più epigrammi ed aforismi, di cui troviamo significative citazioni nel saggio. Sottolineiamo anche, perché - in realtà - per restaurare il "dipinto" così sfregiato da scoloriture ed abusivi ritocchi, della vita di un'artista tanto fraintesa e maleinterpretata, proprio perché misteriosa ed elusiva, sensuale , quanto mistica e blasfema, dal cervello lucente come un diamante e l'eros bivalente, e il cuore tenerissimo e l'ironia tagliente, dai versi ablativi ed ellittici e l'animo generoso, la saggista ha dovuto leggere una mole bibliografica di grande peso e dedicarsi a lavori che - "a cominciare dallo studio di George F. Wicher - sottolinea nella nota bibliografica -, raccolgono informazioni sulla vita di Emily Dickinson, sulla comunità di Amherst, sui costumi e le abitudini dell'epoca, sui riti, eventi culturali e politici di grande o all'apparenza piccola portata, che la segnano". In effetti , Barbara Lanati, (insegnante di Letteratura americana all'Università di Torino e critico letterario molto acuto che nell'86 ha pubblicato, fra l'altro, sempre per la Feltrinelli Silenzi, una raccolta di poesie della Dickinson), non solo per queste sue specialistiche letture, ma anche e soprattutto per la partecipazione creativa ed affettiva che sa metterci dentro, riesce in pieno nel compito che si è proposta, offrendoci un affresco di vita più coinvolgente di un romanzo, anche se, un uso maggiore di note a piè di pagina o a fine capitolo, avrebbe reso - a nostro avviso - più "libera" la scrittura, all'occhio del lettore.
La vita di Amherst, entro cui si svolge l'esistenza di Emily, nell'arco temporale che corre tra il 1830 e il 1886, fa da movimentato fondale allo svolgersi degli eventi Non accade nulla di eclatante, ma è il "paesaggio" interiore della poetessa - che nel '61 comincia la sua vita di reclusa - ad essere denso ed originale, perché estremamente sui generis è il suo approccio con gli altri, il suo allontanarsi e riavvicinarsi al suo prossimo, anche se solo in forma epistolare, sempre generosa, disponibile, nobile negli intenti. Homestead è la severa casa paterna, che "chiude" i giorni mortali di un'eroina nietzschianamente "al di là del bene e del male" e della sua borghese famiglia: un padre ultrasevero, comunque molto amato, che i figli non hanno mai osato baciare in vita (e a cui riserveranno questo estremo filiale omaggio solo quando giace nel feretro), una madre nevrotica e assente, a cui Emily e la sorella Lavinia dedicheranno comunque, quando sarà gravemente malata, amorevoli cure , un amatissimo fratello - Austin - che vivrà con la moglie Susan in una splendida casa - Evergreens - separata da quella paterna soltanto dal delizioso giardino lussureggiante dei profumati fiori, prediletti dalla poetessa che usa farne dono ad ospiti e amici.
L'adolescenza di Emily è chiusa dentro il "cerchio luminoso" delle sue amicizie femminili; Susan Huntington Gilbert, bella e spiritosa, anche se socialmente inferiore, coetanea di Emily - futura moglie di Austin - e grande arrampicatrice sociale, porterà forte scompiglio e tumulti di passione nella vita della nostra poetessa . Si creerà uno strano "balletto" a tre tra le due donne e Austin. "Lettere intense, eroticamente allusive, appassionate si accompagnano alla stesura dei primi componimenti poetici, alla filosofia che li sorregge. Le immagini e le metafore sembrano rimandare dalla lettera alla poesia, dalla poesia alla lettera". "Desiderio temuto e sollecitato nei versi - sottolinea la saggista -: "Notti selvagge - Notti selvagge!/Fossi con te/notti selvagge sarebbero la nostra passione"". Desiderio urlato nelle lettere: "...ho il cuore pieno di te, nessun'altro all'infuori di te nei miei pensieri...". Il matrimonio di Austin la farà sentire sola, estromessa, lonely. Sarà alla poesia, visto che Emily non ha mai tenuto un diario, che racconterà la sua sconfitta e la sua disperazione e che prenderà forma la sua filosofia del dolore e della rinuncia, visto che i suoi amori omo ed etero saranno tutti infelici. "Cuore lo dimenticheremo/Tu ed io - questa notte/Tu il calore che ti ha dato -/Io la luce...". Questo scriverà ancora Emily, mettendo a nudo il suo cuore di donna che affida al foglio la sua ansia dell'attesa, la sua voglia di darsi sottraendosi, come avverrà in tutta la sua esistenza, scrivendo le più appassionate lettere che siano mai state indirizzate ad uomini e donne. Leggendo le pagine della sua biografia, ci compenetriamo nei suoi problemi, ci sentiamo partecipi delle struggenti lettere d'amore che scriverà, ormai matura negli anni (nel '78 lei è quarantottenne e il giudice Otis P.Lord quasi coetaneo del padre - che l'aveva chiesta in matrimonio - è sessantaseienne), non possiamo restare indifferenti prima al suo entusiastico ardore ("Chiudimi in prigione dentro di te...fammi percorrere con te questo dolce labirinto che non è né Vita né Morte") e poi alla sua delusione, quando il "Signore della Morte" sottrae il futuro sposo a lei che usava anche scrivergli: "Sottrarre ciò di cui è fatta l'Estasi, non implica sottrarre l'Estasi.." E dobbiamo sottolineare, a questo proposito, che Barbara Lanati non avrebbe potuto trovare sottotitolo più indovinato alla sua opera che, appunto, L'alfabeto dell'estasi.
Emily chiuderà, cinquantaseienne, con estrema fierezza, il suo cammino mortale, stroncata dal morbo di Bright, nonché affranta da i grandi lutti che avevano colpito la sua famiglia, non ultimo quello del promesso sposo. Morirà senza gloria, senza smanie editoriali, silente e raccolta in se stessa, come era vissuta Non solo entreremo nel vissuto umano ed artistico della Dickinson, resi partecipi del suo genio artistico, delle sue estasi, dei suoi lutti, delle sue debolezze, dell'ingratitudine che incontrerà in vita, dell'avidità di danaro e gloria di chi le sopravviverà macchiandosi di infamanti processi -, leggendo la biografia della Lanati, ma condivideremo la passione della biografa, facendola nostra, quasi che un appassionato transfert, misterioso, come l'ermetica eroina abbia l'esoterico potere di farci convivere in una letteraria ed enigmatica "Circonferenza".

Grazia Giordani

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sabato, marzo 06, 2004
 
Era da diverso tempo che non mi capitava. Ho passato praticamente quasi tutta la notte a leggere (quindi non rompere, cara la mia coscienza, se mi sono alzatata da poco!). I fatti: ieri, dopo aver decretato ufficialmente l'inizio del week end con il pulsante "spegni" del pc di studio, alle 18.30 mi sono fiondata da Dante e Luca a fare incetta di Oscar Mondadori. Il 30% di sconto è sicuramente una buona offerta. Mi imbatto così, del tutto casualmente, in un volumetto della Piccola Biblioteca con copertina gialla che sfuma nei capelli di un disegno iperrealista di donna, dalle labbra rosse ed invitanti. Pedro Mairal "Una noche con Sabrina Love". Leggo prima i cenni sulla storia e mi sembra bella, poi la biografia dell'autore sudamenricano (e già questo è per me un buon motivo per acquistare il libro) nato a Buenos Aires nel '70. Mi rendo conto che questo libro deve essere mio (con un senso del possesso ugente) sin dalle prime righe, dove viene descritto uno zapping frenetico tra i sessanta canali pirata della tv via cavo. Alle 23.00, tornata a casa dopo una cena a base di pesce crudo, inizio la lettura che terminerà solo a notte inoltrata, finito il libro. Il libro: è il racconto delle avventure di un ragazzino diciassettenne che dalla provinci argentina intraprende un viaggio di due giorni, all'insaputa di tutti, verso Buenos Aires per ritirare un premio "speciale": passare una notte intera con Sabrina Love, pornostar e conduttrice di una trasmissione notturna su un canale via cavo. Daniel Montero vergine di vita, si trova così ad affrontare da solo con gli occhi da adolescente svariati personaggi e sentimenti. Insomma un romanzo di formazione, in cui Daniel giungerà alla comprensione del mondo e alla presa di coscienza di sè. La scrittura è lineare, incalzante, brillante e divertita. Insomma: un bellissimo romanzo. Ora ripenso al mio incontro casuale con questo libro, all'amore che ne è nato inaspettatamente e mi viene voglia di tornare in libereria perchè possa succedere ancora, come succede nella vita, per i colpi di fulmine tra le persone.
 

Recensione pubblicata stamani nell’ inserto libri

del quotidiano a cui collaboro in qualità di critico letterario

«I rischi della buona educazione» di Jessica Shattuck

SPICCHI DI VITA AMERICANA PER

UNA DELIZIOSA COMMEDIA SOCIALE

Non fa meraviglia leggere che I rischi della buona educazione, opera prima di Jessica Shattuck - edito in Italia da Neri Pozza, nell’elegante traduzione di Ada Arduini – abbia ottenuto in patria tanto successo, perché questo romanzo è veramente avvincente e nuovo nella trama, pur trattando temi di vita provinciale americana di cui altri autori già avevano scritto. Quella della Shattuck è proprio una bella penna, molto precisa nei dettagli, attenta ai particolari, abile nel tratteggiare i caratteri con molto spirito critico e senso dell’umorismo.

Siamo a Boston, subito accolti in un’austera dimora, orgoglio di Jack, il padrone di casa che da duecentocinquantaquattro anni la sa essere l’abitazione di famiglia dei Dunlap-Witheside, un bene che viene tramandato con i suoi ritratti di antenati, le statue severe, i mobili scuri, le ombre, i cigolii, l’atmosfera cupa.

Jack – terrore dei mercati finanziari, una macchina da soldi che sa fiutare ovunque i buoni affari, dedito a uno strano hobby di modellismo sulla guerra rivoluzionaria e appassionato di cani poco raccomandabili per ferocia ed aggressività – vive qui con la figlia Caroline, una bella e simpatica ragazza, fresca di laurea, in una fase amorfa, senza allettanti progetti per il futuro. Nella casa vive anche il figlio Eliot, un ragazzino solitario, delicato, lontano dall’ideale di forza e virilità del padre, preso da un lacerante rimpianto per Rosita, l’adorata babysitter colombiana che Jack ha licenziato, senza apparente ragione. Ci sono anche due figli maggiori, gemelli, piuttosto indisciplinati, che ora vivono fuori casa, rimasti famosi per loro balorde imprese alla Tarzan…

Faith, la moglie divorziata di Jack e madre dei ragazzi, è una donna divenuta fragile ed insicura dopo la convivenza con un coniuge tanto aspro, puritano e incline a ferirla e a sopraffarla con la sua assenza di finezze di cuore. «Faith è un a donna piccola e magra – scrive l’autrice – alta solo uno e sessantacinque. Ha membra e dita lunghe e nervose; quando si siede e accavalla le gambe è quasi impossibile fermare l’ansioso oscillare del suo piede numero trentasette. È anche carina: ha tratti delicati, appena accennati, che danno l’impressione di essere quasi acquosi, come se, messi di fronte a qualcosa di davvero scioccante o spaventoso, potessero sciogliersi.»

Eppure, questa ex moglie, infragilita da una vita coniugale con un uomo tanto burbero, è stata una bella ragazza, sportiva, corteggiata un tempo, prima di diventare questo campionario di nevrosi, prima della clinica psichiatrica e dell’analista che ora consulta metodicamente. Ora vive a New York, lontana dai figli che vede sporadicamente, solo in occasioni particolari.

La pagina di questo brioso romanzo è popolata da molti personaggi – sempre accuratamente descritti – fra cui Lilo, la bizzosa nonna paterna, egocentrica e ultrasnob – un cineasta, alla ricerca di scoop, di cui sembra invaghirsi, sventuratamente, Caroline, e amici di famiglia con i loro tic, le loro debolezze, i bicchieri sempre colmi di cocktail, l’erba per spinelli a portata di mano, l’atmosfera americana a pieno regime, resa in maniera così coinvolgente che ci pare di essere anche noi seduti sull’orlo delle loro piscine a forma di cuore, sorseggiando un bourbon, abbastanza schifati da quegli orridi panini al burro di arachidi, mentre i personaggi del romanzo si stressano in partite di tennis, badminton, golf e croquet, per non farsi mancare proprio nulla delle abitudini della loro terra.

Sembrerebbero tutti così bene educati, formali, inappuntabili, eppure anche questi Dunlap vestiti in sartoria, che studiano nei migliori college, noti per la perfezione apparente delle loro vite, hanno qualche scheletro nell’armadio, di cui non è bene dire troppo di più, perché il finale è una sorpresa addirittura doppia, con un happy end dolce-amaro, in parte previsto in parte no, con una Faith che si riabilita ai nostri occhi, estraendo un amore materno che ci sembrava troppo intiepidito e un Jack che si umanizza contro ogni previsione. (g.g.)

Jessica Shattuck «I rischi della buona educazione» Neri Pozza pp. 303 € 15,50

scritto da Gardenia | 12:54 | commenti (18) | Torna su 
scritto da Gardenia | 08:23 | commenti (1) Torna in plancia


domenica, febbraio 29, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

Joyce Carol Oates
L'età di mezzo
traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani
Mondadori, 568 pagine, euro 19

A Salthill-on-Hudson tutti sono ricchi, bellissimi e, benché sembrino molto più giovani, di mezza età. Ma quando Adam Berendt, un misterioso e carismatico sculture, muore all'improvviso in un azzardato atto di eroismo, l'intera cittadina resta scossa. Chi era Adam? La sua tragica fine e l'emergere di voci incontrollabili sui suoi presunti amori gettano amici e conoscenti nella confusione, nel lutto, in una situazione di incertezza che li spinge a riflettere sulle proprie vite. Tutti finiscono per essere profondamente cambiati dalla sua scomparsa.
«L'età di mezzo» è un ritratto spietatamente comico, intimo e pieno di partecipazione della classe benestante all'alba del XXI secolo. Incisivo, profondo, irresistibile, è una grande saga americana all'insegna della ricerca di un'identità perduta, della crudele nostalgia di un Eden smarrito.





scritto da maqrolldeibattelli | 09:30 | commenti (1) Torna in plancia


sabato, febbraio 28, 2004
 

Logo dell'iniziativa "Non pago di leggere"In pochi ne hanno parlato, ma la commissione europea ha deciso di aprire dei provvedimenti di infrazione contro alcuni Paesi, tra cui l'Italia, perché consentono alle biblioteche pubbliche il prestito gratuito dei libri. Secondo la EUCD, infatti, gli editori devono ricevere una remunerazione anche dal prestito delle opere.

La Biblioteca civica di Cologno Monzese ha indetto una manfestazione sabato prossimo.

scritto da maqrolldeibattelli | 10:09 | commenti Torna in plancia


venerdì, febbraio 27, 2004
 
Arriva il ticket per il prestito dei libri
Una direttiva dell'Unione Europea impone alle biblioteche la cancellazione del prestito gratuito di libri. Insorgono le associazioni dei consumatori e monta la protesta in rete
26 febbraio 2004

"Non pago di leggere". E' questo il provocatorio slogan scelto dalle biblioteche italiane per protestare contro una direttiva dell'Unione Europea che intende vietare il prestito gratuito di libri. Secondo i burocrati di Bruxelles, il prestito bibliotecario causerebbe una riduzione delle vendite dei libri e sarebbe quindi necessario risarcire autori ed editori tramite l'introduzione di un piccolo balzello. Non si tratta di una nuova normativa, dal momento che il suo recepimento nel nostro sistema legislativo è avvenuto nel lontano 1996.

Solo in questi giorni però la Commissione Europea ha deciso di passare all'attacco aprendo una procedura di infrazione contro quei paesi che ancora non si sono messi in regola. Tra le nazioni "ribelli" figurano Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo, Irlanda e naturalmente l'Italia, dove sono presenti circa 15.000 biblioteche tra pubbliche e private che ogni anno acquistano sette milioni di libri ed effettuano quasi 70 milioni di prestiti.

Un giro d'affari esorbitante che, in caso di applicazione del "ticket", rimpinguerebbe le casse di molti autori ed editori di libri. Ecco perché l'Associazione Italiana Editori (Aie) si è subito espressa favorevolmente alla cancellazione del prestito gratuito, dichiarando che l'Italia non può rifiutarsi di applicare una direttiva europea. Pronta è arrivata la precisazione della SIAE, che ha diramato una nota in cui sostiene che non devono essere i privati a pagare la tassa di noleggio, bensì lo Stato o gli enti locali. Questo perché il diritto al prestito pubblico e alla libera diffusione della conoscenza deve rimanere inalienabile.

Mentre enti ed istituzioni discutono tra loro sulle conseguenze della direttiva, tra gli utenti è già scoppiata la protesta, e non solo virtuale. La biblioteca di Cologno Monzese, in provincia di Milano, ha organizzato un convegno lo scorso 21 febbraio dove studenti, autori, lettori e persino qualche editore hanno espresso la loro preoccupazione sull'iniziativa dell'Unione Europea. L'associazione Bibliaria sta invece promuovendo una raccolta di firme per chiedere a Romano Prodi di salvare la rete delle biblioteche da una legge che ucciderebbe la promozione della cultura.







scritto da chatterbox | 14:25 | commenti Torna in plancia


mercoledì, febbraio 25, 2004
 

 

Cose da pazzi

La cosa da pazzi di cui voglio parlare è la tassa sul prestito dei libri per le biblioteche. La Commissione Europea ha aperto un procedimento verso l'Italia, la Spagna, la Francia, il Portogallo, il Lussemburgo e l'Irlanda perchè le biblioteche di questi paesi danno i libri in prestito gratuitamente, violando i diritti d'autore. Naturalmente i falchetti della SIAE italiana sono in un brodo di giuggiole e si candidano a riscuotere la neotariffa. Questo è il link per leggere il manifesto in difesa del prestito gratuito e questo è il link per firmare una petizione della Biblioteca Civica di Cologno Monzese.

 

scritto da GORDONPYM | 07:20 | commenti Torna in plancia
 

 

Passaggio in Alaska

da Seattle a Juneau

di Jonathan Raban

-Cronaca di un viaggio-

Einaudi editore collana Supercoralli

Raban non è nuovo a imprese di questo tipo, ha preceduto questo libro un altro su un viaggio nel Montana dal quale è scaturito il famoso "Bad Land".

Quello che Raban va a cercare nei suoi viaggi è l'america, quella reale e lo fa col disincanto di chi cerca la verità senza compromessi. Questo viaggio nasce sulle orme di un esploratore del XVII secolo, il capitano Vancouver, che nel proprio diario riporta minuziosamente il viaggio compiuto in questo tratto di costa. Il racconto di Raban si impernia sul passaggio da un'epoca all'altra e questo gioco da "macchina del tempo" è funzionale per mettere in risalto le contraddizioni di una terra aspra e desolata, crudele con gli uomini da un lato, ricchissima di risorse dall'altro, sottoposta ad uno spietato saccheggio ma che non si lascia mai sottomettere pienamente. Una terra di confine in cui si compiono gli ultimi scampoli del mito americano della conquista. Terra che affascina e attira ma che al tempo stesso infrange i sogni di chi cerca in questi luoghi la svolta della propria vita. Questo viaggio Raban lo compie in barca, quello di cui stiamo parlando è un tratto di mare interno nel nord della costa occidentale statunitense e canadese, posto tra Seattle e Juneau. infido per la navigazione, dove ci si deve districare tra una miriade di isolotti, dove fondali bassi si alternano a veri e propri baratri oceanici e dove si naviga tra nebbie, gorghi, rapide e correnti infernali.

Questa costa un tempo era abitata dagli indiani del Nord Owest e Raban, nella sua ricerca, vuole capire lo spirito con cui si deve affrontare questa terra e lo fa scavando in fondo ai miti, alle leggende, e al rapporto degli antichi nativi con la natura.

Alcune intuizioni nell'interpretazione dello spirito con cui gli indiani si muovevano in queste terre fanno di questo libro un sicuro punto di riferimento. Noi conosciamo gli indiani dai racconti dei primi colonizzatori e dei primi missionari, mai da fonte diretta. Quello che Raban intuisce è che la mediazione dei bianchi nel riferire le storie, le abitudini, i costumi di questo popolo ci restituisce un quadro parziale e distorto. La sua ricerca è proprio nel tentare di eliminare quanto di tutto questo sia arrivato fino a noi e che ci mostra gli indiani come i bianchi hanno voluto farceli conoscere e non come fossero realmente.

Il libro si srotola in una visione cruda di questa terra agli estremi della civiltà, cosparsa di monumenti alla memoria della stupidità umana, tra Capannoni per la lavorazione del salmone arrugginiti e abbandonati, vecchie costruzioni per lo sfruttamento delle foreste e la lavorazione del legname, totem in miniatura di brutta fattura venduti negli empori di paesi desolati e privi di vita, pionieri che si raccontano in locali squallidi e maleodoranti e individui che cercano scampo lontano dal mondo fuggendo dai propri fantasmi. Questi luoghi mezzo abbandonati si rivestono di immagini fasulle, trasformandosi in una rabberciata Disneyland, per regalare l'avventura a gruppi di gitanti, che vestiti di colori assurdi, nella buona stagione vanno alla ricerca di una terra che non esiste più. Le impressioni trasmesse da Raban fanno del racconto un grande quadro di desolazione alla Hopper, che ci restituisce una sensazione di sconfitta e squallore di una America ai confini del possibile. Quando l'uomo incontra la natura cerca di farne lo specchio della propria anima e qui sembra proprio che non ci sia nulla di edificante in come le cicatrici che segnano questi posti meravigliosi raccontino i tentativi fatti per domarla.

Un viaggio-documentario che lascia con un senso di vuoto, di inutilità e di sconfitta.

Questo libro non si lascia leggere facilmente, a tratti noioso e prolisso rimane pur sempre, per l'appassionato del genere, un'occasione di profonda riflessione.

 

scritto da GORDONPYM | 07:17 | commenti Torna in plancia


domenica, febbraio 22, 2004
 

Riordinando la mia biblioteca mi è ricapitato nella mani un romanzo che fece scandalo.

Oggi la sua trama fa sorridere, eppure la storia dell'amore adultero tra una nobildonna e il proprio guardiacaccia destò in Inghilterra un putiferio.

L'amante di Lady Chatterly, il più celebre romanzo di Lawrence scandalizzò tanto i figli di Albione da essere proibito in tutti i paesi di lingua inglese.

Per chi non lo sapesse, l'opera venne stampato nel 1928 da un tipografo fiorentino a spese dell’autore.

Fu subito scandalo!

 

Secondo la morale dell’epoca non si perdonava il lieto fine dell’unione dei due trasgressori allietata dalla nascita del loro figlio, frutto del loro amore.

 

Lawrence fu, addirittura, bandito dall’Inghilterra.

 

La sua opera fu "assolta" dall’accusa di pornografia soltanto nel 1960.

Ma non è finita qui : la vicenda è in parte autobiografica.

D.H. Lawrence incontrò nel 1914 Frieda von Richtofen , una donna bellissima ed esuberante che per lui lasciò marito e tre figli.Ma chi di tradimento ferisce di tradimento perisce: più tardi a Spotorno, in Riviera Ligure, i due conoscono Angelo Ravagli , tenente colonnello dei Bersaglieri. E si scatena tra l'italiano e la teutonica Frieda un'attrazione fatale.

Il Guardiacaccia del romanzo,sessualmente esuberante, è esistito, ispirato dal Ravagli.

D.H. Lawrence si metterà subito al lavoro. Tuffandosi nella febbre letteraria cercherà di allontanare la gelosia e il dolore !

scritto da marzia | 12:17 | commenti (2) Torna in plancia


giovedì, febbraio 19, 2004
 

Uno degli ultimi saggi che ho letto è di Elèmire Zolla.

" La creazione del mondo ha luogo qui ed ora in un eterno attimo di distruzione e ricreazione, che non avvenne una volta all'inizio dei tempi, ma avviene ad ogni istante e in ogni dove, sempre : essenza della vita è la metamorfosi e ne è una buona similitudine il lampo perchè rimuta ciò e chi colpisce.."

Elèmire Zolla nel suo "Archetipi" pone l'attenzione sulla esperienza metafisica, sulla poesia.Filosofo singolare, lirico ancora di più quando è analitico, sempre a suo agio tanto con testi sanscriti che con leggende Hopi o Shakespeare...

Il testo è inzuppato di riferimenti,lirismo,rimandi.

"Liberazione è lasciar cadere il pupazzo che ci guida, spezzare l'identificazione con la nostra biografia"..e continua sulla scia della filosofia di Campanella, fin dentro il pensiero dei maestri vedantici, di Maestro Eckhart.

Uno dei rimandi più toccanti, oltre ad un tripudio di versi di Blake, è questo che riporto di Dylan Thomas :

" La forza che su per il verde fuso urge il fiore

urge la mia verde età ; la stessa che spacca le radici,

mi distrugge.

E, muto, non so dire alla curva rosa

che la mia giovinezza l'identico febbrile inverno incurva "

scritto da marzia | 21:32 | commenti (1) Torna in plancia


martedì, febbraio 17, 2004
 

IL FANTASTICO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA di Miguel Cervantes de Saavedra

Un'estate di diversi anni fà cercavo questo testo e il libraio me lo prenotò. Un paio di settimane dopo mia madre si presentò con un pacchetto e un bigliettino che era firmato anche da mio padre e mio fratello: grazie per la bella serata con il coro. E il pacchettino era questo libro: ha telefonato il libraio che era arrivato e allora te l'ho preso.
Il libro è in due volumi, edizione Einaudi Tascabili; traduzione, introduzione e note sono a cura di Vittorio Bodini. Il romanzo è stato pubblicato fra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte). Il titolo originale El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancia.
Don Chisciotte è il Cavaliere dalla Trista Figura, dolente e malinconico, votato allo struggimento e alla pena per coerenza al ruolo di cavaliere errante ma è anche il Cavaliere dei Leoni, coraggioso quanto sventato, ardimentoso per pazzia. Trasfigurato dalla fame e dalla follia, schizofrenicamente Don Chisciotte è logico e squisito fin quando non viene toccato nel suo più caro amore, che non è Dulcinea del Toboso bensì la cavalleria errante. Ed è in omaggio a questa che egli sfida chiunque osi mettere in dubbio la supremazia della sua bella sulle altre donne per bellezza e grazia, così come è sempre per difendere l'arte cavalleresca, la sua struttura e in fondo per garantirne la sopravvivenza che Don Chisciotte rielabora in chiave fantastica le sue avventure, che sembrano sempre contraddire con particolari grossolani e volgari l'assoluta nobiltà delle sue azioni.
Don Chisciotte vive della stessa vita del suo libro, è un work in progress. Nel primo volume le sue avventure sono in genere il frutto dei disatrosi pernottamenti nelle locande lungo il cammino o di incontri accidentali, che lo sfrenatissima immaginazione dell'elegante hidalgo trasforma in sfide sanguinose, tentativi di seduzione nei suoi riguardi o gesta memorabili. Verso la conclusione, però, Cervantes sperimenta la contraffazione della realtà da parte delle persone che circondano il cavaliere, che sarà poi il motivo portante della parte successiva, anche se in questo caso i racconti mirabolanti della sedicente principessa Micomicona sono procurati ad arte dal barbiere e dal curato del suo paese di origine, preoccupati di ricondurlo a casa. Il secondo volume, uscito a dieci anni di distanza dal primo, ha esigenze diverse. La storia ha avuto un notevole successo tanto da aver prodotto seguiti spurii, per cui Cervantes non manca di punteggiare il racconto con finissimi trovate tese a prendere le distanze dalle produzioni apocrife. Ma soprattutto le aspettative del pubblico sono altissime e lo scrittore non può più affidare alla casualità le avventure del suo personaggio, inscenando perciò vere e proprie burle complesse ed elaborate che la perfida coppia del Duca e della Duchessa, anfitrioni per un lungo periodo del cavaliere errante, orchestrano per il proprio divertimento, autoproducendo gli intrattenimenti per la corte.

L'ossessione cavalleresca di Don Chisciotte viene arricchita da un nuovo elemento, ovvero l'ansia di liberare Dulcinea dall'incantamento operato da misteriosi e malvagi fattucchieri. In realtà l'incantamento è un altro degli schermi con cui Don Chisciotte protegge il proprio sguardo sofferente sulla realtà e in questo caso sulla donna che ha scelto come fine e destinazione delle proprie imprese. Mentre per lui è naturalmente impossibile incontrare Dulcinea si imbatte, invece, in Aldonza Lorenzo che altri non è che la contadinotta trasfigurata nella nobile e bellissima dama del suo cuore. E se l'incontro rischia di trasformarsi in un catastrofico disvelamento, l'ingegnoso scudiero Sancio Panza riesce ad imbastire un inganno bello e buono, grazie al quale Don Chisciotte si ritiene l'unico condannato a vedere Dulcinea nei panni di una villana sgraziata e sboccata.
Il motivo della nuova ossessione di Don Chisciotte viene sfruttato brillantemente da Cervantes, che ci cuce sopra un episodio gustosissimo con l'apparizione del mago Merlino - allestita dai Duchi fra le innumerevoli burle con cui bersagliano l'ignaro cavaliere - il quale rivela che Dulcinea sarà disincantata soltanto quando Sancio Panza si sarà dato tremilatrecento frustate!
Il rapporto fra Don Chisciotte e il suo ignorante e avido scudiero equivale ad una sorta di sottile rovesciamento carnevalesco della relazione sociale che intercorre fra un signore e il suo servitore. E questo fin dalle premesse: Don Chisciotte è un signore di campagna decaduto e impoverito e per lo più reso folle dalla smodata lettura di romanzi cavallereschi, Sancio Panza apparentemente si propone come scudiero furbo e povero ma entrambe le supposizioni vengono smentite e ribaltate in quanto a lui tocca spesso la parte più violenta e fisicamente dolorosa dell'avventura ma nello stesso tempo è quello che tiene i cordoni della borsa e amministra il tesoro del padrone: insomma, fà la parte della donna se volessimo leggere il menage a due in chiave ammiccante e il particolare delle tremilatrecento frustate che Don Chisciotte freme di sentir somministrare potrebbe indulgere in tal senso.
Alla fine del romanzo Don Chisciotte non ha ottenuto niente: non sa se Dulcinea è stata disincantata, non è diventato re, non ha concluso nessuna avventura grande e mirabile ma soprattutto ha visto crollare la sua fortissima illusione ed è ormai certo che la cavalleria sia morta. Invece Sancio Panza è sicuramente tornato più ricco di quanto è partito, in una sorta di scambio inversamente proporzionale: è stato per breve tempo governatore di un'isola, ha guadagnato diverse sommette quà e là e la moglie si è vista recapitare nientemeno che una splendida collana di corallo e profferte (falsissime) di amicizia da parte della Duchessa. Quanto ha perso la moglie in saggezza -ma forse questo è dovuto ad una delle numerose sviste di Cervantes nella stesura- lo ha acquisito Sancio Panza che stupisce lo stesso Don Chisciotte per l'arguzia della sua mente e l'equilibrio delle sue decisioni.
Don Chisciotte è un romanzo in fondo amarissimo, il cui protagonista è l'unico a non divertirsi mai nel corso delle incredibili avventure che egli si procura o che gli vengono procurate. La descrizione del mondo che circonda l'hidalgo è crudele e beffarda e gli unici a salvarsi sono i giovani, sempre innamorati e pronti a lottare con ogni forza per riuscire a coronare i loro sogni d'amore.

L'edizione del mio libro è corredata dalle illustrazioni di Gustave Dorè, forse le più belle insieme al Don Chisciotte di Picasso. In appendice c'è un bel saggio di Eric Auerbach che indaga il registro comico dell'incontro di Don Chisciotte con Dulcinea.








scritto da feb71 |